A guardar bene si trovano strane somiglianze tra le candidature di Monaco e di Di Giandomenico.
Le motivazioni della proposta, la natura “domestica” dell’autoinvestitura, l’uscita a seguito di dichiarati appelli dei concittadini, in alternativa/contrapposizione al Partito di appartenenza, l’avversario sostanziale: il centro destra e Di Brino.
Credo valga la pena fare qualche riflessione, anche al fine di recuperare un minimo di ragionamento politico rispetto a comportamenti che trovano nell’antipolitica e nella demagogia la motivazione e l’alimento ma che rischiano di confondere i termolesi, facendoli ritrovare davanti ad aggregazioni estemporanee finalizzate alla presa del consenso ma non al buon governo della città.
Monaco,umiliato da Greco e dal Partito al quale dichiara ancora di appartenere – Partito che non ha mai speso un sussurro in sua difesa e che lo ha, ancora oggi, apertamente e con sufficienza trascurato – si ripresenta con tempismo e con un abile operazione “ di base”, apprestandosi alla riedizione del modello Greco: tutti dentro per vincere, indipendentemente dalla “maglia” e nonostante un enorme divario nelle provenienze e nella aspettative. Poi, si vedrà!
Il bagaglio verbale, con gli stessi testimoni, è lo stesso del suo carnefice: luoghi comuni; richiamo alle regole (non si sa quali ma va di moda!); un immorale moralismo; lo spettro del passato e poi, tanto non guasta, i soliti: nepotismo, clientelismo, gli interessi, i padrini
Non un ragionamento, una motivazione politica che giustifichi la sua connivenza con chi ha distrutto l’economia ed il ruolo di una città; che dia conto del suo silenzio davanti alle arroganze di un potere solitario che ha umiliato eletti, partiti, istituzioni; che faccia comprendere, attraverso la presa di distanza da quel sistema, la bontà del suo proporsi.
Nulla di tutto questo a fronte, invece, del rimanere in un Partito che, in queste ore, continua freneticamente a cercare improbabili candidati, che non lo vuole e che non lo aiuterà; della naturalezza e della sfacciataggine nella riproposizione del cartello dei dilettanti, il cui collante è sempre e solo lo stesso: l’avversione per quelli dell’altra parte senza un comune disegno per Termoli.
Siamo di fronte ad un’antipoliticità che è anche apolitica, non solo perché il “gruppo” non ha mostrato di sapersi occuparsi di politica ma perché non si hanno idee politiche. E quando si amministra per il bene comune non basta la rettitudine – che viene proclamata e che è utile quando c’è, se c’è - ma ci vogliono idee, capacità di attuarle, carisma, forza nella guida dell’istituzione, autorevolezza. Qualità e prerogative tutte ancora da dimostrare e difficilmente conquistabili
Di Giandomenico ormai non sorprende più. Avrebbe trovato comunque il motivo per uscirsene. Lui è l’uomo della diaspora, delle rotture, del “ rompi intanto e poi vediamo che c’esce”. Si candida per “l’imposizione” e perché in tanti non avremmo “inteso nella giusta maniera la sua disponibilità”. Lui “ domestico” che nel maggio 2002 venne imposto a Termoli da un tavolo romano dove non mi pare sedessero termolesi.
Remo ha avuto sempre una concezione egocentrica e contingente della politica, all’interno della quale la condivisione e la composizione hanno sempre richiesto agli altri lo sforzo, la rinuncia maggiore. Quando si è trattato di camminare e convivere, per farlo bisognava caricarsi della maggior parte del percorso verso il punto d’incontro.
La sua non è stata mai leadership persuasiva e conciliante. Più incline al guizzo ed alla solitudine decisionale che alla concertazione ed alla condivisione Di Giandomenico non si propone, s’impone come ha sempre fatto. E con questa indole ci si è scontrati quando, democraticamente e in tanti, abbiamo scelto una linea e un candidato che non coincideva con le sue intenzioni.
Detto questo comprendo la voglia – quasi il diritto – di riprendersi quello che democraticamente gli è stato dato e che non democraticamente gli è stato tolto. Questa -. che pare una buona ragione anche per Monaco – può portarci a riconoscere l’aspirazione ma non oltre. E’ questa a doversi conciliare con le nostre, non viceversa. Remo ha tante ragioni ma non quella per differenziarsi strumentalmente in una corsa solitaria.
Sbaglia. Affascinerà qualche amico instabile ma non andrà alla meta. I tempi e Termoli sono cambiati. Il suo modo di concepire l’amministrare e i rapporti politici non sono più attuali. Io penso possa ancora contribuire ma non è certamente più in grado di condurre e di farsi seguire in un momento in cui contano più l’orchestra e il direttore che il solista di valore Nessuno penso possa credere che oggi la sua azione miri a favorire l’emersione di una nuova classe dirigente locale non fosse altro perché lui è stato formidabile nel demolire e sminuire ogni tentativo di crescita individuale, all’interno del suo Partito ed all’esterno, prigioniero come tanti della sindrome della “piramide”.
Davanti a questa sintonia Monaco-Di Giandomenico sono convinto che la proposta del centro destra, maturata per tempo, abbia ragioni politiche da vendere. Dietro Di Brino e le nostre liste ci sono i Partiti con il loro ruolo di riferimento e di garanzia. Ci sono i leaders politici con la loro responsabilità nella scelta degli uomini e del programma. C’è la gente di Termoli, tanta gente umile e laboriosa. E perché no! C’e Iorio, con la sua autorevolezza di Presidente della Regione, che tutti abbiamo eletto e che come tale, più che il diritto, ha il dovere di accompagnarci nelle scelte e nell’azione politica che dovrà riportare Termoli al posto che le spetta nel panorama regionale.
Lo spiegheremo bene ai termolesi, senza reticenze. La nostra squadra, oltre a Di Brino, comprende uomini e donne che vivono qui ma anche in tutto il resto del Molise.
Chi pensa ancora di poter fare appello al campanile ed alla “razza” è stato già sconfitto dalla storia e sarà sconfitto dagli elettori.
17 febbraio 2010 |