Riflessioni di Giuseppe Vaccaro (IdV) sui recenti festeggiamenti per i quaranta anni della Provincia di Isernia

Abbiamo assistito recentemente ai retorici festeggiamenti per i quaranta anni della istituzione della Provincia di Isernia. I riflettori erano tutti puntati sugli attuali leader politici e sui vertici delle istituzioni isernine lasciando uno spazio residuale a pochi e selezionati interventi di alcuni dei protagonisti di allora.
Alle loro spalle scorrevano le immagini di repertorio con i veri artefici di quell’agognato traguardo raggiunto il cui significato travalicava il risultato contingente conseguito per ascriversi a un disegno politico più vasto legato al completamento dell’autonomia regionale.
Una nuova regione completava il suo quadro istituzionale e gettava le basi per la industrializzazione del Basso Molise.
Quegli stessi politici diedero concretezza a quella intuizione mettendo in campo tutte le politiche di sostegno a quel progetto di sviluppo chiamando a cooperare tutti i livelli istituzionali in cui essi operavano.
Quei fotogrammi testimoniavano, altresì, che quella classe politica non si pavoneggiò, bensì considerò l’istituzione provinciale come evento catalizzatore di un rinnovato sforzo per riuscire a superare il gap sociale ed economico di quel territorio rispetto ad altre aree regionali e nazionali.
Nei decenni successivi si conseguirono molti risultati apprezzabili ascrivibili a politici del calibro di Sedati, Sammartino, D’Uva, La Penna solo per citarne i maggiori.
Negli ultimi dieci anni il territorio della provincia isernina, con una successiva contaminazione regionale, ha smarrito la strada di una politica che sa guardare al futuro per intraprendere la scorciatoia del “presunto fare”, del risultato e della visibilità immediata, dove il diritto viene scambiato per concessione, il merito, merce rara, soppiantato dal privilegio e la coerenza punita dall’opportunismo. Si specula sul bisogno per piegare le convinzioni personali, se si deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il dovere, si sceglie sempre il tornaconto. Si mostra arroganza per un presunto diritto di impunità, dove tutto è merce che si può comprare, a partire dalla maggioranza della stampa sottomessa, sino a molti dei settori produttivi beneficiari, a più riprese, di infruttuosi oboli finanziari.
Questo sfascio morale più che politico ha provocato macelleria sociale ed economica. Ha sopito le coscienze a tal punto che si preferisce dare il voto al forte piuttosto che al giusto. Si tollera il tutto non tanto per insensibilità morale quanto per astuzia e per interesse e tornaconto personale.
Non si può lasciare solo alla magistratura il compito di porre in luce le aberrazioni di tale sistema politico: occorre un sussulto di tutti gli uomini “liberi e forti”, di gente capace di vivere la politica come missione e servizio. Una politica che non costruisca progetti per la difesa di interessi personali, di esponenti del lavoro e di ceti produttivi che si affranchino da infruttuose dipendenze per contribuire maggiormente a garantire il diritto costituzionale al lavoro.
La ricorrenza, ironia della sorte, avviene nella circostanza in cui il “festeggiato” presenta un vulnus istituzionale: la decadenza della giunta decretata dalla magistratura amministrativa per violazione dello Statuto provinciale circa l’obbligatorietà di assessori del gentil sesso.
L’assurdità è che il rispetto dello Statuto dovrebbe essere in primis un obbligo dell’ente che lo ha adottato e non un atto di imperio della magistratura chiamata a intervenire in ben due circostanze su altrettanti ricorsi di alcune elettrici.
Fortunatamente in tale circostanza non si è potuto ricorrere ad alchimie amministrative con l’escamotage di qualche delibera “ad personam” o “interpretativa” di recente conio, ma “ob torto collo”, ricorrendo a uno sterile colpo di teatro

8 marzo 2010

 



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